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Requiem per un'Amica

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REQUIEM PER UN’AMICA

 

Il 25 aprile scorso Daniela Cesarini ci ha lasciato: una scelta sua, di cui molto hanno parlato i giornali.

Daniela infatti non era una persona comune. La poliomielite l’aveva raggiunta poco dopo la nascita, a Jesi, paralizzandole le gambe, ma l’handicap non aveva fermato l’amore e la volontà dei suoi genitori.

Immersa pienamente nella sua città, Daniela si laureò in Economia e Commercio e vinse una borsa di studio in Statistica che per alcuni anni le permise una specializzazione ed un approfondimento non comuni.

Poi il lavoro in banca, per trentacinque anni, all’ufficio Studi, anni nei quali dalla sua carrozzina emanava una forza incredibile. A dispetto dell’handicap Daniela realizzava una vita di pieno successo, sentimentale con il matrimonio e la maternità, ed anche sociale con

la passione per l’attività politica, (dapprima nel Pci poi in Rifondazione Comunista), che la portò ad essere consigliere comunale e assessore ai Servizi sociali del suo comune.

Una donna forte, una cara amica, membro importante in ANIEP da sempre, consigliera del Direttivo nazionale, pronta a discutere i temi riguardanti l’handicap anche in vacanza, sulla spiaggia di Igea, quando, più abbronzata che mai, rideva e riposava al sole.

I giorni bui sono iniziati alcuni anni fa.

Nel 2008 si è spento il marito, dopo una lunga malattia, e Daniela è rimasta sola con Diego, suo figlio, un giovane bello e forte, un atleta che condivideva con lei la propensione

politica, uno studente che di lì a poco, terminati gli studi, avrebbe iniziato il difficile percorso alla ricerca di un lavoro.

La voce rauca e profonda di Daniela negli ultimi tempi era ulteriormente peggiorata, aveva quasi deciso di rinunciare a fumare, ma non aveva rinunciato a dare lezioni di matematica ai figli dei più poveri e degli immigrati, con quelle “Ripetizioni popolari” che lei stessa aveva organizzato nel suo circolo.

La tragedia arrivò a Capodanno e all’alba del primo gennaio di quest’anno Daniela è stata letteralmente massacrata dal dolore più grande che una donna possa incontrare. L’adorato, unico figlio era morto, a soli ventotto anni, così, all’improvviso, durante una

notte di festa, in mezzo ad amici che non hanno capito, che lo hanno portato in ospedale troppo tardi, mentre giornalisti rapaci e sprovveduti si sono avventati sulla notizia con illazioni gravi su un giovane la cui unica colpa era stata invece quella di morire solo. Dolore atroce e rivolta decisa. In un’unica ora. Daniela era esasperata e disperata quando si è scagliata contro le falsità per difendere almeno il ricordo del figlio, ed ha atteso con trepidazione atroce i risultati dell’autopsia, che le ha dato pienamente ragione, escludendo

qualsiasi presenza di droghe.

Il funerale di Diego, in uno stadio gremito dagli amici e dal popolo di Jesi non l’ha consolata ma l’ha resa libera, perché aveva assolto l’ultimo dovere che si sentiva di avere ancora verso la vita. Poi …

Al telefono, ancora una volta, mi sembrava molto provata ma forte; nessuno poteva immaginare che tutto si sarebbe spezzato così.

Il 25 aprile, il giorno della Liberazione che Daniela ha scelto proprio per il suo significato, in una clinica di Basilea, ha attuato il suicidio assistito, mandando ad alcuni amici un breve messaggio telefonico con la frase di una canzone di Guccini: “Ognuno vada dove vuole andare / ognuno invecchi come gli pare / ma non raccontare a me cos’è la libertà”.

Aveva 66 anni. Tutto preparato, tutto deciso.

Rispetto profondamente la sua scelta, ma la notizia non mi ha lasciato soltanto dolore e senso di abbandono, ma anche inquietudine e un vago senso di colpa. I giornali, che l’avevano tanto ferita, ancora una volta si sono occupati di Lei, che mi piace pensare

finalmente serena con i suoi cari.

Requiem per un’amica, nella preghiera verso un Dio che lei non ha sentito vicino e Padre consolatore.

Lia Fabbri

 

Fonte Rivista "Orizzonti Aperti" n.2/2013

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